Hip-Hop Albums of the Year

09 May, 2025

Lou X — A volte ritorno


Luigi "Lou X" Martelli è stato uno dei migliori interpreti della scena nazionale per anni, durante quella che è considerata la "golden age italiana". È considerato uno dei migliori di sempre in Italia, il suo lavoro e la sua figura sono un punto di riferimento per l'hip-hop, anche a distanza di 25 anni dal suo ritiro dalle scene.

Dopo un demo e un album da indipendente, il rapper membro del collettivo locale Costa Nostra, creato con il cugino C.U.B.A. Cabbal e altri amici, approda alla major: ciò potrebbe essere visto come una svendita da parte sua nei confronti del rap underground, tuttavia, la firma ha radici underground. Gli Assalti Frontali, con cui il rapper è affiliato, lo mettono in contatto con un giornalista che lavora per la BMG Ricordi, filiale di Sony, a cui è piaciuto "Dal basso". Questo giornalista, Carlo Martelli (nessuna parentela), garantisce a Lou X piena libertà artistica e i ragazzi iniziano a lavorare al nuovo CD. In quattro mesi, DJ Disastro sforna dodici beats.

Il disco è crudo, ruvido, sporco, aggressivo, letale, urgente, e sotto diversi aspetti, differisce dal precedente. Il rap non è nemmeno nell'italiano più corretto che tu possa trovare. Non è italiano. È dialetto, abruzzese. Ed è giusto che sia così. Lou X fa le cose a modo suo. È distaccato da quasi tutti gli altri membri della scena italiana: nel 1993, si scontra con il lato "purista" della scena, rappresentato da The NextOne, che sette anni dopo aver ballato nei concerti di Afrika Bambaataa, pretende che tutti seguano i dettami dettati dalla scena americana e vi si adeguino. Sputare political come fa Lou X è sbagliato, secondo lui. Seguendo lo stesso ragionamento, è come dire a Chuck D che lui non è hip-hop, perché non balla. 1993. Mezza scena americana ha pubblicato dischi politici, e sembra che in questo Paese non siano mai arrivati, c'è un ritardo di quindici-venti anni. Il rapper pescarese rinuncia al political in questo album, ma riprende quella vicenda direttamente per l'ultima strofa de "La raje" (t: the anger).

Il contenuto del prodotto è decisamente meno politico, compensato da un'atmosfera nichilista soffocante in mezzo alla quale l'interprete è profondamente duro contro la società, il sistema, la polizia, il gioco. Questo è un LP pesante, non lo puoi reggere, non lo puoi ascoltare "alla leggera", è troppo denso. Lou X consegna un muro lirico che è realmente potente e grezzo come un mattone violentissimo che ti arriva dritto in faccia. Non c'è fantasia. Non ci sono particolari schemi di rime, giochi di parole, metafore o una tecnica strabiliante. Non c'è nulla che ricordi vagamente la struttura tipica della poesia. Lui lascia che la batteria cada casualmente, non la segue, non gli interessa, va dritto per dritto per la sua strada. Anche dal punto di vista musicale, l'album differisce rispetto al precedente. DJ Disastro realizza una produzione maggiormente nitida e potente, la drum è dura, secca, scarna, downtempo, ci sono ottimi samples jazz, oscuri, dinamici, loop avvolgenti, synths tese e impercettibili linee di basso, stritolate dal rap hardcore di Lou X.

"La raje" rappresenta il secondo singolo dell'album dopo "La ragione e l'odio" ed è anche l'unico video musicale realizzato nella carriera del rapper: è la cosa più minimale che tu possa immaginare, lui sputa barre davanti a una telecamera, chiuso tra quattro mura. È così semplice. È così diretto. È così. È anche una delle rare occasioni in cui puoi vedere Lou X, perché le sue immagini presenti su internet sono una rarità e lo sono anche le sue apparizioni televisive. DJ Disastro ne ha caricate un paio su youtube (God bless you), e sono delle gemme. In uno di questi video tratti da filmati di televisioni locali, il presentatore fa a Lou X la fatidica domanda, “qual è il tuo punto di riferimento?”: il rapper non può rispondere Paris, non può rispondere Ice Cube, non può rispondere Chuck D, non può rispondere Scarface. Non lo capirebbe nessuno. E dovrebbe spiegare chi sono questi tizi dai nomi incomprensibili. Anche dopo la spiegazione, non lo capirebbe nessuno. Si limita ad affermare Nduccio, cantante folk abruzzese, è anche in questo caso deve spiegare chi sia, i presentatori non hanno capito (né l’ho fatto io: se non fosse per i commenti sotto al video non ci sarei mai arrivato).

È difficile trovare un album rap italiano fatto in questo modo e uscito su una major. In tutto ciò, tra i brani del disco, spicca su tutti una delle poche narrazioni che Lou X ci ha regalato nel corso della sua carriera, che è la fotografia a cui mi riferivo qualche paragrafo fa. È una delle migliori canzoni degli anni novanta, in Italia. È una bellissima, lucidissima e terrificante fotografia del momento: è “Cinque minuti di paura”. Descrive in terza persona la storia di un ragazzo divenuto dipendente dall’eroina, su un beat cupissimo, tensivo e immacolato di DJ Disastro e con uno stile di consegna che è un omaggio a quello di Scarface in “Hand of the Dead Body”: quando alla fine della terza strofa, il brano raggiunge l’apice della drammaticità, DJ Disastro fa scendere sul ritmo gli archi celestiali direttamente da “Walk on By” di Isaac Hayes, che precedono l’ultima strofa. Quando la canzone finisce, hai la sensazione che non ne arriveranno mai più di simili. Ti lascia un vuoto dentro. Cinque minuti per una storia. “Che non è mai finita”, aggiunge C.U.B.A. Cabbal, e attraverso i decenni le sue parole sembrano echeggiare nei vicoli più bui dei quartieri più malfamati della città. Che non è mai finita. In questo scenario, "Cinque minuti di paura" emerge come un documento vitale a testimonianza di quel periodo, e questo album di puro antagonismo «ancora oggi rimane uno dei cinque dischi più belli del rap italiano […] pietra miliare, ma macigno miliare proprio.» (Danno)

Rating: 9/10.

No comments:

Post a Comment

Benny the Butcher — Tana Talk 3

Debut studio album by Jeremie " Benny the Butcher " Pennick, rapper from Buffalo, New York. He's the second Griselda MC to mak...